domenica 25 ottobre 2009

DIFFERENTE E' LA REALTA' (VI - L'approdo alla realtà)

Il giorno dopo, Alëša si stava recando all'ufficio dell'ingegnere capo quando incrociò Daniela nel corridoio. Notò il suo sguardo freddo che lo puntava e quando giunsero vicini lei lo fermò.
«Perché ce l'hai tanto con me?» gli chiese Daniela.
«Io ce l'ho con te? non ne ho motivo, non provo niente per te.»
«Ecco! non provi niente. Tu sei umano, puoi provare o non provare, puoi scegliere se farlo o no. A me questo non è concesso, io sono indifferente, posso solo subire passivamente i vostri capricci.»
Uno strascico di pensieri avvolse la mente di Alëša, mentre cercava di ricordare se avesse mai potuto scegliere.
«Se potessi diventare umana...» gli sussurrò Daniela nell'orecchio, le sue labbra erano umide e aperte e Alëša si sentiva in fiamme. Tese goffamente le braccia verso di lei, e Daniela gli si strinse contro senza opporre la minima resistenza. Poi avvicinò le labbra alle sue e lo baciò.
«Perché mi hai baciato?» le chiese.
«Ti vedevo infelice e mi andava di farti felice» gli rispose Daniela che, sciolto l'abbraccio, se ne andò continuando a percorrere il corridoio.
Ancora scosso da quel formidabile evento, Alëša raggiunse l'ufficio dell'ingegnere capo, ma fuori della porta vi trovò Sonja ad attenderlo.
«Che ci fai qui?» le chiese.
«Devo dirti una cosa. Ma prima raccontami, che ti è successo? Ti vedo scosso»
Alëša raccontò a Sonja per filo e per segno il sogno della notte appena trascorsa e di come il mattino avesse incrociato il ginoide appena conosciuto che, senza apparente motivo, lo aveva baciato. «Cosa significa 'ti vedevo infelice e volevo farti felice'?» domandò Alëša, ripetendo la frase pronunciata dal ginoide.
«Credo di poter capire” iniziò Sonja. «Il ginoide è vincolato nei suoi comportamenti dalle tre leggi della robotica, ed ha appena violato la terza per onorare la prima. Mi segui? La terza legge recita che un robot deve salvaguardare la propria esistenza, a meno che questa autodifesa non contrasti con la Prima o la Seconda Legge. Mentre per la prima legge un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno
«Ma quale danno avrebbe potuto arrecarmi?» ribattè Alëša
«Pensaci bene e ribalta la situazione: non è forse un danno l'infelicità causata dall'altrui mancato intervento? Ti ha detto che ti vedeva infelice e quindi ha voluto renderti felice regalandoti un abbraccio ed un bacio, come manifestazione d'amore. Il suo amore fa felice l'essere umano, anche se ciò può andare a discapito della sua esistenza.»
«Perché dovrebbe andare a discapito della sua esistenza?» chiese Alëša.
«Si vede che sei proprio a digiuno, in materia. L'amore incontrollato è pericoloso, è una forza così devastante e incontrollabile che porta all'annichilimento di tutto il resto. Per altro verso, cedendo all'amore, il ginoide rinuncia alla salvaguardia della propria esistenza, per darsi alla persona amata» concluse Sonja.
«Ma pensa che storia!» proferì con aria ingenua Alëša. «Dunque il robot mi ama... ma è vero amore? Insomma, forse siamo fermi solo alla prima fase, all'innamoramento. Ma l'amore è un'altra cosa, giusto?»
«Sì, è vero, l'amore è un'altra cosa e se lo vorrete dovrete scoprirlo insieme. Ma... ricordi? Avevo una cosa da dirti»
«Ah, sì! E cos'è?» disse Alëša, emozionato per il timore della rivelazione che la sua amica stava per fargli e, conoscendola, aveva intuito dal suo tono che stava per dirgli qualcosa di importante e definitivo.
«Bè, cambio lavoro, mi trasferisco a Parigi. Ho ottenuto una risposta favorevole ad una domanda che inviai un po' di tempo fa. Sai, Parigi è la città che ho nel cuore, ed avrei una infinità di nuove opportunità, laggiù»
Alëša non sapeva cosa rispondere, ma era preparato al fatto che prima o poi la sua amica lo avrebbe lasciato. Monotonia e immobilità erano insopportabili per Sonja e prendere quella decisione interessante e ardita era la naturale espressione della sua indole coraggiosa, fino a quel momento fin troppo contratta. Sapeva che la sua vita non poteva essere circoscritta a un ambito ristretto, ma doveva spaziare su fronti a ben più ampio raggio. Sembrava possedere un'energia inesauribile.
«Allora dobbiamo salutarci. Parti subito?» le chiese Alëša non riuscendo a trattenere un tono triste nelle sue parole.
«Sì» gli rispose semplicemente, e si lanciò su di lui cingendolo in un abbraccio forte e sincero. Rimasero così stretti per qualche minuto ma poi, come tutte le cose, anche quell'abbraccio sfolgorante ebbe fine e le braccia lo sciolsero.
«Adieu, mon bon ami!» disse Sonja.
Alëša rispose. La sua voce assunse un tono lieve e due semplici parole gli scaturirono naturalmente dal cuore: «Adieu, chérie!»
Mentre si allontanavano guardandosi, Alëša le rivolse ancora la parola, con un accenno di speranza «Ma... è proprio un addio? Ci rivedremo, vero?»
«Sì, ci rivedremo. Da un'altra parte, in un altro mondo.» Rispose Sonja lanciandogli un ultimo bacio da lontano. Quando Alëša si volse ancora verso di lei, con l'affannosa incertezza simile a quella del bimbo che cerca la madre, per chiamarla e pronunciare ancora una volta il suo caro nome, Sonja era già sparita.
«Alëša!» Era la voce di Daniela. Alëša si voltò, mostrandole una sottile lacrima che gli rigava il viso. Lei non perse tempo nel rimproverarlo: «Per ben altre cose c'è da piangere, caro mio»
«Lo so, però, sai com'è... certamente mi mancherà»
«Perché ti mancherà?» Daniela replicava con sicurezza alle frasi incerte di Alëša, perse nell'emozione.
«Bè, vedi, lei è stata un'amica speciale. Mi mancherà la sua sagacia, il suo modo di farmi sembrare naturali situazioni che di primo acchito non riuscivo a vedere. Lei mi ha mostrato cose ed accompagnato in luoghi che nessun'altra persona mi aveva mai fatto raggiungere e io mi fidavo ciecamente di lei»
«Sì, lo sapevo, voi vi conoscete molto bene.»
«Non solo. Come mai Sonja ha abbandonato tutto, la sua casa e tutto il resto, per unirsi a me nella fuga? Come mai ha messo a repentaglio la sua vita per salvare la mia? E poi si è dedicata alla mia protezione con un'incredibile devozione. Tutto ciò, pur non essendo innamorata di me. So che lei è disposta a cambiare radicalmente la propria vita, in questo momento lo sta facendo di nuovo. Ma lo fa perché ne è convinta lei, senza che nessuno debba imporglielo. Lei è padrona della sua vita e del suo destino. E' sicura dei suoi sentimenti, mentre io lo sono molto meno.»
«Ti capisco, Sonja è stata per te un'amica meravigliosa.»
«Una volta mi disse che credeva nell'amicizia e da quel momento decidemmo di essere amici per sempre. Io tengo alla sua amicizia più di ogni altra cosa al mondo”
«Anche io tengo a te, Alëša. Mi piaci così come sei.»
«Perché ti piaccio? Perché sono umano? Non potrai mai diventare umana, anche se ti unisci a me.»
«Non voglio te per farmi diventare umana, voglio stare con te perché immagino che mi farai star bene»
«Ma se mi conosci appena!»
«Ti conosco abbastanza, in un certo senso. Più di quanto pensi»
«Allora è vero? Mi vuoi per come sono?»
«Ti è piaciuto quando ti ho baciato?»
«Sì, certo, è stato bello. Perché l'hai fatto?»
«Te l'ho detto. Perché ne avevi bisogno. Hai mai chiesto di essere baciato?»
«Sì» rispose
«In quali momenti?»
«Di solito, quando le parole erano finite»
«E avevi paura del silenzio?»
«No! Consideravo che, se stavamo bene nel silenzio, baciarsi sarebbe stata la logica conseguenza»
«Non stavi bene sempre, però»
«Certo che no! Non ho mai pensato che sarei piaciuto così tanto a una donna perché mi potesse baciare a quel modo. Però spesso l'ho desiderato»
«E quel desiderio di intimità, lo hai mai provato con una persona in particolare? Insomma, hai mai sentito dentro di te l'amore?»
«Non lo so. Non so se quello che sentivo era amore»
«Anch'io non lo so. Non so se la parte di programma che ho dentro è amore. Posso solo immaginare cosa l'amore sia. Vedi? Non siamo poi tanto diversi, noi due»
Alëša cercò di pensare con razionalità, ma stavolta non gli riusciva bene come al solito. Ci rinunciò: era qualcosa che voleva al di là di ogni considerazione razionale e riuscì a trovar fede in ciò che non poteva vedere. Alzò la testa e cominciò: «Daniela...» il silenzio durò per qualche secondo e poi sussurrò: «Non importa»
La cinse con le braccia e accostò la testa alla sua, lentamente, quasi aspettando che potesse ritrarsi, ma Daniela non si mosse. Allora lui la baciò con un bacio lungo e appassionato, e di colpo le braccia di Daniela lo strinsero. Poi, quando si staccarono, lei lo guardò con un sorriso negli occhi e disse: «Baciami ancora, Alëša.»

sabato 17 ottobre 2009

Ljubav i drugi zločini (Amore e altri crimini)



A quale "scopo" regalerò la mia anima?

lunedì 12 ottobre 2009

Motel Woodstock



Freedom

domenica 4 ottobre 2009

Tonari no Totoro (Il mio vicino Totoro)



- Anche se era un sogno...
- ... non è stato un sogno!

lunedì 28 settembre 2009

DIFFERENTE E' LA REALTA' (V - Sogno)

Il sonno fu presto compenetrato dal sogno ed Alëša trascorse un'agitatissima notte, nel territorio tra sonno e veglia, dove i confini tra sogno e realtà sono più flebili.
Si vide e si riconobbe nettamente nella sua figura umana. Era a torso nudo e il suo fisico era nettamente modellato da evidenti fasci muscolari, ma guardandosi poi nell'interezza si accorse che i suoi arti luccicavano di un brillante colore giallognolo. La pelle rosea del viso iniziava a scintillare di riflessi metallici e man mano tutto il corpo stava assumendo le sembianze di un automa meccanico. Contemporaneamente si vedeva nel letto della sua stanza, immerso in un sonno profondo, quando all'improvviso lungo la parete si materializzava un'ombra, i cui contorni delineavano un corpo femminile nudo, che cadeva a capofitto lungo la parete della stanza. Considerò l'evidenza che, se il sogno avesse vissuto di tempi e lunghezze reali, quell'ombra sarebbe dovuta arrivare ben presto a terra, ma nel mondo del sogno la discesa sembrava non avere fine. L'ombra si andava infine ad afflosciare sul suo corpo disteso, assumendone la piatta conformità, per poi iniziare a vorticare sul suo addome ed essere risucchiata al suo interno attraverso l'ombelico.
Il quadro dei soggetti si modificò in una nuova scena. Ora quella donna, nella sua completa nudità, aleggiava in una rete informatica, saltando da un campo all'altro di quella che doveva essere una mente cibernetica. Le linee della rete si intrecciavano in nodi inestricabili, su due piani paralleli, che naturalmente non si sarebbero mai toccati, ma tra loro funzionava un'interazione, congiunti com'erano da cilindri a rete che salivano in alto come colonne portanti di edifici, intrecciate di fil di ferro. La donna aleggiava nello spazio vuoto tra i due piani, in un volo orizzontale che avrebbe dovuto essere infinito; sotto il piano inferiore, in una figura speculare alla donna, volava lui, alla stessa velocità, ma aveva braccia e gambe meccaniche e il volto era umano solo per metà, dove l'altra metà era ricoperta di metallo.
La visione successiva era quella di un albero, un albero i cui rami erano filanti di energia e le foglie brillavano come lucciole. Si vide seduto sotto le fronde dell'albero, nella sua preferita figurazione di pastore che, mentre si riposa all'ombra, suona il flauto ed osserva i greggi al pascolo, in una cornice arcadica. Daniela era dall'altra parte del tronco, voltata verso l'altro lato, e gli parlava: “Tu sei in me e io sono in te”.
“Che dici, Daniela?”.
“Tu preferisci vedere il tuo riflesso allo specchio perché l'universo è asimmetrico. Quando sei solo ti vedi in uno specchio piano, che riflette raggi luminosi paralleli. Così è sempre stato per te, nel tempo, ed in ogni luogo e situazione. Lo spaziotempo ti è rimasto costante. Però in presenza di un'altra massa corporea lo spaziotempo viene curvato e quello che prima era una retta che descriveva un punto diventa una superficie. Su una superficie curva non valgono le regole razionali: la somma degli angoli di un triangolo può essere superiore a 180° ed è anche possibile procedere sempre nella stessa direzione ritornando dopo un certo tempo al punto di partenza.”
In quello che gli sembrava un discorso dai tratti filosofici oscuri, che non riusciva ad interpretare, Alëša era rimasto interdetto nel suo stesso sogno.
Daniela, in forma di entità immateriale, si stava prodigando sul suo corpo umano per farlo arrivare alla soluzione del problema che coinvolgeva entrambi. La sua coscienza lo indirizzava nettamente sul fatto di essere un uomo, contrapposto alla donna in natura di macchina, ma in quel momento onirico le parti si ribaltavano, perché lui vedeva Daniela umana come la prima volta che l'aveva vista, quando ancora non conosceva la sua vera realtà, mentre il suo altro sé assomigliava maggiormente ad uno di quei robot vecchio stampo che tanto lo spaventavano.
Continuava a vedersi specularmente nella figura di Daniela, che ora riconobbe, nuda e bella come non mai, mentre volava sul piano superiore al suo. Guardava con i suoi occhi robotici gli occhi di lei, di quell'azzurro così intenso che era sempre stato in grado di ammaliarlo. Entrambi correvano, di un moto uniformemente accelerato, sui due piani paralleli, e più aumentava la velocità più risultava evidente la curvatura dello spazio piano. I due piani paralleli iniziavano a curvarsi e l'intreccio di fibre verticali che formavano le colonne si incuneavano a spirale in un vortice che avvolgeva i due corpi. La veloce corsa sembrava dirigersi inesorabilmente verso una sfera dorata che si profilava da lontano e che rapidamente assunse i contorni dell'albero energetico. Seduto sotto l'albero c'era ancora lui, il giovane Alëša, pastore di greggi.
Guardò in alto le fronde dell'albero, che rilucevano di riflessi dorati, di un colore sempre più simile a quella tonalità bionda che ben conosceva. I rami filanti erano, in effetti, capelli, e sotto la bionda chioma c'era un viso, con gli occhi chiusi del sonno, e dietro ancora un intero corpo rannicchiato in
posizione fetale, che occupava l'intera chioma arborea. Gli occhi si aprirono, sfavillanti di quell'azzurro altrettanto noto ad Alëša. Sonja era entrata nel suo sogno.
“La macchina non ha in sé il sentimento della bellezza, è il nostro occhio che la costruisce.” Era indubbiamente la sua voce e il volto era nitidamente il suo, e gli sorrideva dall'alto.
"Sonja?!"
"Non c'è tempo, Alëša, devi fare la tua scelta, devi guardare nella giusta direzione con i tuoi occhi di giovinetto, finché puoi."
"Cos'è? mi stai mettendo alla prova? cosa devo guardare? e perché finché posso?"
"Non ti vedi? Stai sognando di dormire nella tua stanza a sognare di essere una macchina. Vuoi essere uomo o macchina? Non puoi essere entrambe le cose e devi fare una scelta. Ti piace assomigliare a una macchina per poter possedere la macchina, però non ci trovi l'anima e subito dopo non ti piace più. Sappi che l'amore puoi vederlo solo con occhi umani. Quando l'altro te, ormai mutato, arriverà qui, e ci sta arrivando a velocità supersonica, non sarai più in tempo e resterai un essere liminale.”
“Cosa significa?”
“Significa che rimarresti costretto nel tempo ricorsivo che ti sei costruito. Ti piace viverci, perché ti sembra di conoscere tutto, dato che ad ogni fine corsa, come in una routine, ricominci daccapo. Ma questa non è la vita reale. Da giovane conoscevi la natura, ora invece sai rappresentare la natura mediante formule. Non esistono però abbastanza formule per raggiungere la conoscenza del tutto. La natura ha in sé tutte le formule. Usa la tua natura umana, usala Alëša!"
"Che devo fare?"
"Guarda nella giusta direzione. Non pensare allo spirito. Guarda il corpo. Il corpo, Alëša!"
Allora distolse lo sguardo dalla chioma dell'albero e guardò più in basso. Voltandosi, incrociò il viso di Daniela, che dall'altra parte dell'albero si era girata contemporaneamente a lui. Le notò quella deliziosa e quasi impercettibile voglia bianca che aveva sulla fronte, appena sotto l'attaccatura dei capelli nerissimi, quindi le guardò le sopracciglia folte, le lunghissime ciglia e poi, più intensamente, i suoi occhi, che risposero altrettanto intensamente allo sguardo. Anche lei aveva occhi bellissimi: le pupille erano dilatate e la piccola cornice azzurra dell'iride era brillantissima, nettamente staccata dal bianco della sclera. Avvicinarono le mani che si congiunsero e andarono a stringersi.
Il folle volo dei loro doppi li raggiunse in quel momento, sollevandoli verso l'alto e portandoli a confluire in cima alla chioma dell'albero, dove andarono a fondersi in un bailamme di luci turbinanti di bianco e d'azzurro.
Era l'attimo che precede la veglia e Alëša sognò di essere una farfalla dalle ali bianche e azzurre che svolazzava felice. Sonja, seduta in un ameno giardino, l'accoglieva sorridente sul dorso della sua mano.
Al risveglio si ritrovò nel letto e toccandosi le membra prese coscienza di essere in carne e ossa. Era molto triste.

5 - continua

mercoledì 23 settembre 2009

David Letterman e Barack Obama



Domanda di Letterman (trad.): "Ho già cominciato a notare che quando si tengono le riunioni politiche circolano vetriolo e animosità e rabbia e si urla e ci si spinge, insomma comportamentei sgradevoli. Insomma. Non so se è solo un luogo comune, ma se ne è parlato, qua e là, e qualche giorno fa Jimmy Carter ha riferito proprio di questi comportamenti ipotizzando che forse il disagio o questo poco decoro sono radicati nel razzismo. Ci ha preso o è solo una cosa buttata lì tanto per dire?"
Risposta di Obama: "It's important to realize that I was actually black before my election"
"Really?"
La prima volta di un presidente in carica al David Letterman show.
Grande giornalismo!

The age of stupid - trailer



"L'era della stupidità" è il documentario di 90' prodotto da Greenpeace per la regia di Franny Armstrong e Lizzie Gillett, che denuncia i rischi legati al cambiamento climatico. Occorre procedere speditamente verso una nuova via ambientalista e, sperando nel prossimo vertice di Copenaghen, queste denunce dal tono severo sono soltanto l'onesta verità sullo stato attuale delle cose.